REFERENDUM “PRIMA I NOSTRI!” di Cristiano Negrini.

Lo scorso 25 settembre si è tenuta una sessione referendaria nel Canton Ticino e il più discusso dei tre quesiti è stato “Prima i nostri!”, un testo molto articolato in cui si chiedeva una modifica costituzionale per favorire la “manodopera indigena”rispetto ai lavoratori stranieri, composti nel Ticino per la stragrande maggioranza da italiani.
L’iniziativa popolare, proposta dal partito di destra UDC (tristemente famoso per la campagna razzista “Balairatt”, in cui si paragonavano gli italiani a dei ratti che venivano in Svizzera a rubare il formaggio) e sostenuta dalla Lega dei Ticinesi (in stretti rapporti con la Lega Nord), è passata con più del 58% dei votanti, mentre il controprogetto proposto dal Gran Consiglio ticinese è stato bocciato con più del 57% di voti contrari.

Nonostante i toni trionfalistici dei promotori dell’iniziativa, è ancora lunga la strada affinché cambi qualcosa per i tanti lavoratori frontalieri della nostra provincia e di quelle limitrofe. Infatti le norme introdotte nella costituzione ticinese tramite il referendum dovranno avere la garanzia federale del Parlamento prima di entrare in vigore.

Secondo il consigliere nazionale socialista Cédric Wermuth, infatti, il Parlamento non potrà fare altro che negare la garanzia federale, sia perché rappresenterebbe un’ingerenza nella politica estera (che non è di competenza cantonale) sia perché la norma sarebbe contraria agli accordi di libera circolazione delle persone.

E i paladini della Lega Nord, che a parole sostengono di difendere le genti “padane”, cosa dicono al riguardo? Mentre il Presidente Maroni vaneggia di chiedere al Premier Renzi l’istituzione di una zona economica speciale nell’area al confine con la Svizzera, senza peraltro spiegare a cosa servirebbe tutto ciò in relazione al referendum ticinese, il segretario Matteo Salvini con toni quasi entusiastici si dice assolutamente non sorpreso dall’esito della votazione, perché solo in Italia si dice “Prima gli scafisti!”. Ennesima occasione sprecata per tacere.
Al di là di quelli che saranno gli sviluppi futuri dell’iniziativa, resta forte il messaggio politico che esce dalla tornata referendaria ticinese. 

Il clima che si respira in Svizzera come in Italia e nel resto dell’Europa sta diventando sempre più pesante, e a farne le spese sono gli ultimi della catena. Le popolazioni locali, provate dalla crisi economica e di lavoro, si sentono minacciate dalla presenza del “diverso” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questo sentimento è ovviamente alimentato dal Salvini di turno, che per fini propagandistici ed elettorali fanno leva sulla pancia delle persone, proponendo soluzioni appartenenti al periodo più buio della nostra storia.

Lo abbiamo visto anche recentemente a Como, con i profughi accampati nei pressi della stazione San Giovanni: accanto alle tante persone che si sono prodigate per aiutare e far fronte all’emergenza, ci sono stati diversi episodi di razzismo e manifestazioni contro la presenza degli immigrati; come se una volta sgomberata la stazione i problemi di Como e dei comaschi fossero ad un tratto risolti.


Quando milioni di “poveracci” sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta ancora peggio, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti. Questa frase è vera come mai di questi tempi e se non cambia in maniera profonda la visione globale dei problemi, le classi dominanti continueranno con il loro dominio, ad insaputa dei loro seguaci.

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