Lo
scorso 25 settembre si è tenuta una sessione referendaria nel Canton
Ticino e il più discusso dei tre quesiti è stato “Prima i
nostri!”, un testo molto articolato in cui si chiedeva una modifica
costituzionale per favorire la “manodopera indigena”rispetto ai
lavoratori stranieri, composti nel Ticino per la stragrande
maggioranza da italiani.
L’iniziativa
popolare, proposta dal partito di destra UDC (tristemente famoso per
la campagna razzista “Balairatt”, in cui si paragonavano gli
italiani a dei ratti che venivano in Svizzera a rubare il formaggio)
e sostenuta dalla Lega dei Ticinesi (in stretti rapporti con la Lega
Nord), è passata con più del 58% dei votanti, mentre il
controprogetto proposto dal Gran Consiglio ticinese è stato bocciato
con più del 57% di voti contrari.
Nonostante
i toni trionfalistici dei promotori dell’iniziativa, è ancora
lunga la strada affinché cambi qualcosa per i tanti lavoratori
frontalieri della nostra provincia e di quelle limitrofe. Infatti le
norme introdotte nella costituzione ticinese tramite il referendum
dovranno avere la garanzia federale del Parlamento prima di entrare
in vigore.
Secondo
il consigliere nazionale socialista Cédric Wermuth, infatti, il
Parlamento non potrà fare altro che negare la garanzia federale, sia
perché rappresenterebbe un’ingerenza nella politica estera (che
non è di competenza cantonale) sia perché la norma sarebbe
contraria agli accordi di libera circolazione delle persone.
E i
paladini della Lega Nord, che a parole sostengono di difendere le
genti “padane”, cosa dicono al riguardo? Mentre il Presidente
Maroni vaneggia di chiedere al Premier Renzi l’istituzione di una
zona economica speciale nell’area al confine con la Svizzera, senza
peraltro spiegare a cosa servirebbe tutto ciò in relazione al
referendum ticinese, il segretario Matteo Salvini con toni quasi
entusiastici si dice assolutamente non sorpreso dall’esito della
votazione, perché solo in Italia si dice “Prima gli scafisti!”.
Ennesima occasione sprecata per tacere.
Al di
là di quelli che saranno gli sviluppi futuri dell’iniziativa,
resta forte il messaggio politico che esce dalla tornata referendaria
ticinese.
Il clima che si respira in Svizzera come in Italia e nel
resto dell’Europa sta diventando sempre più pesante, e a farne le
spese sono gli ultimi della catena. Le popolazioni locali, provate
dalla crisi economica e di lavoro, si sentono minacciate dalla
presenza del “diverso” e i risultati sono sotto gli occhi di
tutti. Questo sentimento è ovviamente alimentato dal Salvini di
turno, che per fini propagandistici ed elettorali fanno leva sulla
pancia delle persone, proponendo soluzioni appartenenti al periodo
più buio della nostra storia.
Lo
abbiamo visto anche recentemente a Como, con i profughi accampati nei
pressi della stazione San Giovanni: accanto alle tante persone che si
sono prodigate per aiutare e far fronte all’emergenza, ci sono
stati diversi episodi di razzismo e manifestazioni contro la presenza
degli immigrati; come se una volta sgomberata la stazione i problemi
di Como e dei comaschi fossero ad un tratto risolti.
Quando
milioni di “poveracci” sono convinti che i propri problemi
dipendano da chi sta ancora peggio, siamo di fronte al capolavoro
delle classi dominanti. Questa frase è vera come mai di questi tempi
e se non cambia in maniera profonda la visione globale dei problemi,
le classi dominanti continueranno con il loro dominio, ad insaputa
dei loro seguaci.

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