di Elisa Cecchetto e Alice Rossi
Anche quest’anno la
conclusione delle scuole superiori, sancita dall’Esame di Stato, ha
segnato per migliaia di studentesse e di studenti la fine di un
percorso e l’inizio di un nuovo cammino.
A chi ha scelto di
proseguire gli studi, tuttavia, si presenta uno sbarramento tanto
educativo quanto psicologico, comune ormai alla maggior parte degli
atenei e delle facoltà italiane: le prove di ammissione.
Introdotte per la prima
volta nel 1998 in seguito a una direttiva dell’UE dall’allora
ministro dell’Università e dell’Istruzione Ortensio Zecchino, i
test avevano l’obbiettivo di uniformare il livello dell’istruzione
sanitaria sul territorio europeo, motivo per cui essi furono
introdotti solo nelle facoltà di Medicina ed Odontoiatria. Solo in
un secondo momento questo ostacolo all’iter accademico fu esteso
indiscriminatamente a un numero sempre maggiore di facoltà,
stravolgendo quelle che erano le disposizioni dell’Unione.
Il numero chiuso è di
fatto dettato da esigenze economiche: se, in teoria, i fondi statali
dovrebbero essere assegnati in base alle necessità delle università,
in pratica sono le università stesse a doversi faticosamente
adattare agli stanziamenti del Governo. Ciò non significa che non ci
siano i mezzi: è volontà politica destinarli, ad esempio, ad
inutili spese militari piuttosto che all’istruzione, andando così
a minare il Diritto allo studio sancito dalla Costituzione. Agli
atenei non rimane dunque che tagliare su personale, strutture e
attrezzature. Tutto a discapito degli studenti.
I test, infatti, non
tengono conto né delle differenze dell’ambiente scolastico,
familiare ed economico in cui crescono i ragazzi, le quali
influiscono in buona parte sulla qualità della loro formazione, né
delle predisposizioni dello studente, non sempre inerenti al percorso
di studi superiore scelto da appena adolescenti.
Le prove non hanno più
nemmeno ufficialmente uno scopo didattico: come affermato nella
Dichiarazione di Bologna (1999) uno degli obbiettivi delle nuove
riforme scolastiche, e quindi anche del numero chiuso, è quello
della “armonizzazione dei titoli di studio,
anche per l'impiego degli studenti nel mercato europeo e per maggiore
competitività della UE”. Gli studenti sono dunque visti come parte
integrante dei meccanismi di mercato.
L’introduzione dei test
di ammissione provoca inoltre un effetto domino le cui conseguenze
per altro si ripercuotono anche su quelle facoltà che di fatto non
presentano selezioni; basti pensare a corsi come quello di Biologia,
preso letteralmente d’assalto non solo da chi vorrebbe
effettivamente seguirne i corsi, ma anche da chi non ha superato i
test di Medicina o simili, con l’intento di studiare le stesse
materie del test da ritentare eventualmente l’anno successivo.
Il
risultato non è difficile da immaginare: queste facoltà presentano
un alto numero di iscritti, spesso tale da costringere l’ateneo a
introdurre test per limitarne l’accesso, comunque sufficiente da
minarne la qualità delle lezioni.

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